Bruno Rocca Rabaj224 2006

03 marzo 2010  Pier-Luigi  Vini (0)
Parto dalla fine, ossia dal riassaggio del giorno dopo, immancabile come sempre. L’eloquio appare chiaro, i lineamenti estremamente focalizzati. Non una incertezza, non più. Rarefazione aromatica (sì, avete capito bene), seducente florealità, timbrica fruttata (senza ovvietà) ed un profilo scattante, profondo, struggente e conquistatore, tutto “in levare” (sì, “ariavete” capito bene!), senza movenze appesantite o mollezze. Sapido e stilizzato, rilascia un senso di freschezza conclamato in un finale avvincente, nobilmente speziato, che chiama a sé il futuro. La succosità e la sottigliezza mi raccontano di un vino finalmente trasparente, che alla indubbia (proverbiale direi) qualità della materia prima accosta e rende manifeste le intimità del prezioso terroir di provenienza. La dolcezza roverizzata della prim’ora, con le saldissime fondamenta estrattive, si stemperano e si integrano in un amalgama bilanciato e armonioso. Il vino acquisisce pieno senso e la tridimensionalità dei suoi tannini ne decreta la razza. Sugli scaffali d’Italia a circa 60 euro. Non uno scherzo, direte voi, ma qui giocano blasone, etichetta e cru. Se volete accostarvi senza preconcetti ad un vino che alla modernità dei tratti sappia unire inattese quanto intriganti introspezioni, questa è una etichetta - anzi una annata- emblematica. La chiosa: Il Pardini che scrive di Bruno Rocca Ma soprattutto: il Pardini che incensa Bruno Rocca Me li immagino di già certi commenti autorevoli dei detrattori più accaniti della celebre firma piemontese, colpevole di aver abbracciato (fra i primi peraltro) uno stile “moderno” (colore ed estrazioni, legni piccoli e via dicendo) che non ha portato se non a snaturare l’anima più nobile e “riflessiva” dei nebbiolo d’autore. Sì, è vero, mi è piaciuto molto Rabajà, mi è piaciuto molto Rabajà 2006 beninteso. Ritengo di conoscere piuttosto bene i vini di Bruno Rocca (puntuali gli assaggi e i riassaggi, anno dopo anno), e mai come in questa tornata ne ho apprezzato la sensibilità interpretativa, volta finalmente a non soggiogare l’espressione varietale tipica della prima gioventù, mirata a preservare tonicità ed “elasticità” del frutto senza reprimere movenze più sotterranee (e salvifiche), come gli stimoli sapido-minerali, il ricamo aromatico, la trama tannica REALE; quelle doti spesso nascoste o obnubilate per via delle estrazioni generose e delle iniezioni potenti di rovere nuovo, apportate peraltro su materie ricche e concentrate, frutto di drastiche tecniche colturali, con inevitabili ripercussioni sugli equilibri anche nel corso del tempo. Contrariamente a molti vignaioli langhetti suoi colleghi, il cui cliché enologico - non so perché- pare non risentire mai dei diversi millesimi in gioco (e invariabimente appesantisce invece che snellire, copre invece di denudare), mi illudo di aver colto nella produzione più recente di Bruno Rocca (eloquente in tal senso anche il sorprendente Barbaresco “base” 2006) una leggiadrìa di fondo che apre a prospettive nuove, una leggiadrìa che come per incanto riesce a veicolare la potenza estrattiva tipica di questa etichetta verso approdi gustativi non così distanti dalla lirica ortodossia “giacosiana” (leggi alla Bruno Giacosa). Lo avreste mai detto voi Riparto da qui, da questo pezzo, dopo la lunga pausa estiva forzata dai tempi (e dal massacro) del lavoro “guidaiolo”. Riparto da qui per ribadire una ovvietà, quanto mai calzante però se solo penso al momento storico (e alla diatriba) che sta vivendo la critica enologica del nostro paese: che l’esperienza diretta (anche se piccola, come lo è un assaggio) è fondamentale per farsi una idea. E’ fondamentale anche per cambiarla.

 

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