La stampa e lo sviluppo del negativo

18 aprile 2007  Pier-Luigi  Fotografia (0)

LO SVILUPPO DEL NEGATIVO  (back)
 

Struttura della pellicola b/n.

FIG. 1

Supponiamo di tagliare con le forbici una pellicola b/n e di osservare al microscopio il sottile spessore del taglio. L'immagine che ci apparirà è qualcosa di simile alla fig. 1, nella quale possiamo osservare che la pellicola ha una struttura stratificata. In alto compare un finissimo strato protettivo, perfettamente trasparente. Al di sotto troviamo uno strato più spesso, si tratta di gelatina, dentro la quale sono distribuiti casualmente tanti piccoli granuli di una sostanza bianca: è un sale, il Cloruro di Argento, la cui formula chimica è AgCl. E' questa la parte della pellicola sensibile alla luce (fotosensibile), non grazie alla gelatina, che fa semplicemente da collante per tenere uniti i granuli di Cloruro d'Argento, ma grazie al sale d'Argento che è, lo possiamo dire a pieno titolo, il protagonista numero uno della magia fotografica. Al di sotto ancora troviamo la parte inerte della pellicola, uno strato di plastica sintetica, che però consente alla pellicola di essere resistente e di poter essere fabbricata in lunghi rotoli o in grandi lastre piane. E infine, sotto tutti gli altri, troviamo il cosiddetto strato antiriflesso, creato affinché la luce che attraversa la pellicola non subisca delle riflessioni fra i suoi strati determinando così degli indesiderati aloni che sciuperebbero l'immagine fotografica.

La pellicola, come tutti sanno, deve sempre essere trattata al buio più completo, tranne nell'istante dello scatto, fintantoché non sarà stata sviluppata e fissata. Solo allora potremo maneggiarla tranquillamente alla luce ed osservarla in trasparenza.

 

Durante lo scatto.

FIG. 2

Che cosa succede durante lo scatto? Come sappiamo l'immagine, che penetra nella macchina attraverso l'obiettivo e, grazie alla breve apertura dell'otturatore, va a colpire la pellicola, è formata da parti più luminose e parti più scure. In pratica possiamo dire che, durante il tempo di esposizione, la pellicola non viene colpita uniformemente da una luce uguale in tutti i punti. Al contrario, alcuni granuli di Cloruro d'Argento saranno colpiti da molta luce, corrispondente alle parti più chiare dell'immagine, altri non saranno colpiti affatto, in corrispondenza delle parti più scure dell'immagine. Nella fig. 2 possiamo notare che degli otto granuli solo tre sono colpiti dalla luce. Si dice che essi vengono impressionati.

In realtà ciò non fa nascere alcuna immagine visibile sulla pellicola e, se noi estraessimo la pellicola dalla macchina, oltre a commettere l'imperdonabile sbaglio di rovinarla del tutto, potremmo constatare che la luce, impressionando la pellicola, non determina alcuna immagine visibile. Eppure qualcosa è successo nei cristallini di AgCl, ma si tratta di qualcosa che riguarda la loro struttura atomica e che non può essere osservata nemmeno col microscopio elettronico. Si dice allora che, sulla pellicola impressionata, esiste solo una immagine latente.

 

Il trattamento della pellicola.

Per far nascere una immagine visibile sulla pellicola e per poterla successivamente ammirare ad occhio nudo, in piena luce, è necessario sottoporre la pellicola ad un trattamento chimico, detto processo di sviluppo, mediante sostanze liquide (bagni), suddiviso in diverse fasi:

1 - sviluppo
2 - arresto
3 - fissaggio

che sono le tre fasi fondamentali del processo di sviluppo, a cui seguono necessariamente queste altre fasi secondarie:

4 - lavaggio
5 - trattamento antigoccia
6 - asciugatura
7 - archiviazione.

La pellicola non può assolutamente mai vedere la luce prima che sia completata la fase 3, il fissaggio. Se questo accadesse, otterremmo una pellicola completamente nera, come il carbone, senza traccia di immagini. In tal caso si dice che la pellicola è bruciata.

 

Durante lo sviluppo.

FIG. 3

Che cosa succede durante lo sviluppo? La pellicola, al buio completo, viene immersa nel bagno di sviluppo, ovverosia in un liquido detto rivelatore: Esso agisce come mostrato in fig. 3. Quei granuli di AgCl che erano stati colpiti dalla luce (attenzione: soltanto quelli!), subiscono una scissione: il Cloro (Cl) si stacca dall'Argento (Ag). Nella pellicola, al posto di granuli bianchi di Cloruro di Argento, rimangono granuli neri di semplice Argento; il Cloro se ne è andato, sciogliendosi nel bagno.

E' necessario avere ben chiaro un concetto: questo fatto si verifica solo per i granuli che avevano preso luce, quelli impressionati, che adesso sono diventati neri. Gli altri, invece, non subiscono alcuna trasformazione, in essi il Cloro rimane attaccato all'Argento, ed essi rimangono lì, bianchi com'erano sempre stati.

E' chiaro che se una parte della pellicola è diventata nera, mentre altre parti sono rimaste bianche, adesso esiste un'immagine visibile, ma la pellicola è ancora fotosensibile e noi non dobbiamo esporla alla luce, se non vogliamo che si bruci.

 

Durante l'arresto.

La fase successiva è l'arresto. In pratica la pellicola viene trattata con un bagno di acido acetico diluito in acqua che arresta il processo di sviluppo, ovverosia interrompe il fenomeno dell'annerimento delle parti che erano state precedentemente colpite dalla luce. Questa fase è breve ed è seguita immediatamente dal fissaggio.

 

Durante il fissaggio.

FIG. 4

Che cosa succede durante il fissaggio? In questa fase la pellicola viene trattata con un bagno acido contenente alcuni sali di zolfo la cui azione è quella di sciogliere i cristalli bianchi di Cloruro d'Argento che ancora si trovavano nella pellicola, essi vengono letteralmente portati via e nella pellicola rimangono solo i granuli neri di Argento. In questo modo si neutralizza la fotosensibilità della pellicola. In pratica il bagno di fissaggio si esegue proprio perché la pellicola perda ogni sensibilità alla luce e diventi del tutto inerte. Ecco perché abbiamo detto che dopo il fissaggio la pellicola può essere esposta alla luce, perché da quel momento in poi essa non è più impressionabile e può essere tranquillamente guardata per la valutare la qualità delle immagini presenti sui vari fotogrammi.

Adesso riassumiamo sinteticamente alcuni concetti fondamentali:

a - durante lo scatto non si forma alcuna immagine visibile, si parla semplicemente di una immagine latente,
b - l'immagine visibile nasce durante lo sviluppo, ma la pellicola è ancora sensibile alla luce, pertanto deve rimanere rigorosamente al buio,
c - la pellicola perde la fotosensibilità durante il bagno di fissaggio, dopo il quale può essere anche esposta alla luce.

 

A questo punto la pellicola deve essere sottoposta ad un lavaggio, per rimuovere da essa le sostanze chimiche del fissaggio. Il lavaggio si esegue con semplice acqua corrente o, meglio ancora, con acqua distillata.

In seguito si tratta la pellicola con un liquido detto antigoccia, il cui scopo è quello di evitare che, durante l'essiccazione, aderiscano alla pellicola delle gocce d'acqua che, asciugandosi, potrebbero lasciare delle macchie di calcare.

L'asciugatura si esegue stendendo la pellicola in luogo non umido, nel quale sia assente la polvere. Infatti mentre la pellicola si asciuga la gelatina è appiccicosa come una colla e i peluzzi dei vestiti o i bruscoli che volteggiano negli ambienti polverosi possono aderire alla pellicola e rimanere incollati ad essa, rovinandola completamente.

L'ultima fase è l'archiviazione. Il prodotto più importante del lavoro fotografico è la pellicola sviluppata, non le stampe che da essa si possono ricavare. Infatti se le stampe si sciupano per qualche motivo basterà semplicemente rifarle, ma quando si sciupa il negativo l'immagine fotografica è definitivamente perduta. In genere il profano e il principiante tendono a considerare poco la pellicola e molto, al contrario, la stampa. Spesso i negativi vengono perduti perché a nessuno importa di loro. Improvvisamente diventano importanti quando la stampa si rovina o si smarrisce ma, ahimé, i negativi non si trovano più, o sono ridotti in condizioni pietose, e non si possono più riprodurre le immagini che essi conservavano. Ecco perché il fotografo custodisce gelosamente tutti i negativi che ha scattato nella sua vita, archiviandoli opportunamente in quei quaderni in cui la pellicola rimane:

 

1 - distesa su un piano e non arrotolata su sé stessa,


2 - protetta dalla polvere,


3 - a contatto con la carta velina trasparente e non con la plastica.

 

 

 

Ogni qual volta il fotografo maneggerà la pellicola la toccherà, possibilmente, con guanti appositi che evitano il contatto col grasso delle dita, senza mai mettere le dita sui fotogrammi ma solo di taglio sui bordi della pellicola stessa, senza mai appoggiare la pellicola di piatto sul tavolo, ma solo sulle pagine di carta velina del quaderno. Egli non soffierà mai col proprio fiato sulla pellicola per rimuovere la polvere, ma solo con l'apposita pompettina di gomma. Dovendo rimuovere macchie e patacche dal negativo si limiterà a lavarlo con acqua distillata e liquido antigoccia. Comportarsi diversamente da così significa essere dei fotografi grezzi ed ignoranti che non sanno fare il proprio lavoro.

 

 

 

 

 




 

-La Camera oscura-

 

 

 

PERCHÉ STAMPARE DA SÉ IL B/N

Il fascino del bianconero, oltre alla bellezza intrinseca delle immagini che fornisce, risiede nel fatto che il processo può essere realizzato interamente in proprio, dallo scatto alla stampa finale, senza grosse difficoltà e a costi tutto sommato contenuti. Lo stesso non può dirsi della stampa a colori, che richiede un controllo fine delle variabili (temperature dei bagni chimici, calibratura cromatica della luce...) anche solo per ottenere risultati appena mediocri, e una spesa superiore al costo del trattamento eseguito dal laboratorio.

Per lo sviluppo della pellicola serve: 

  • La Tank: non è altro che un recipiente conformato in modo tale da risultare a tenuta di luce e possa essere riempito e svuotato dei bagni chimici senza dover stare al buio. Al suo interno si mette la pellicola da sviluppare, avvolta nella SPIRALE
  • Il termometro: poiché il processo di sviluppo non è altro una reazione chimica controllata e poiché un parametro importante di controllo è proprio la temperatura dei reagenti, bisogna misurarla con una certa precisione. Esistono in commercio appositi termometri (di solito ad alcool), precisi ed economici.
  • Forbici: servono per tagliare via il rocchetto su cui è avvolta la pellicola dentro al caricatore metallico, per tagliare la pellicola in spezzoni una volta asciutta.
  • Una caraffa graduata: serve per misurare il volume dei bagni una volta diluiti. Personalmente uso una caraffa da 1 litro.
  • Il rivelatore: è il reagente responsabile della reazione chimica fondamentale della fotografia: lo "sviluppo", cioè la trasformazione dei cristalli di alogenuro d'argento colpiti dalla luce (le "luci" dell'immagine) in argento metallico (le zone scure e opache del negativo). Per iniziare va bene uno qualunque. Si vendono sia in polvere (da sciogliere nell'acqua) che come liquido concentrato (da diluire secondo le istruzioni riportate sulla confezione). Quelli in polvere sono di solito più economici e si conservano anni se non vengono sciolti in acqua, quelli liquidi concentrati sono un po' più costosi e si conservano meno, ma sono più pratici da preparare.
  • Il fissaggio: è il secondo (e ultimo) reagente che ci serve. La sua funzione è quella di sciogliere la parte di alogenuro d'argento che non è stata trasformata dallo sviluppo (perché non colpita dalla luce), in modo da rendere trasparenti quelle zone di pellicola (le "ombre" dell'immagine). Anche in questo caso c'è solo l'imbarazzo della scelta. Poiché lo stesso prodotto può usarsi anche per il fissaggio delle stampe e poiché non ha problemi di conservazione come il rivelatore, conviene acquistare i flaconi più grandi.
  • Un cronometro: In teoria sarebbe sufficiente un orologio con la lancetta dei secondi, ma per evitare errori (e data l'enorme diffusione di questi strumenti) è meglio avere almeno un orologio con cronometro.
  • Bottiglie: per conservare sviluppo e fissaggio dopo averli usati. Poiché il bagno di sviluppo tende ad ossidarsi in presenza di aria, si trovano in commercio apposite bottiglie a soffietto che possono venire spremute fino a far uscire tutta l'aria; inoltre esse sono opache, proteggendo lo sviluppo (il fissaggio è di per sé abbastanza stabile) anche dagli effetti degradanti della luce.

Utili ma non indispensabili:

  • Pinze appendifilm: servono per appendere il negativo ad asciugare. Di solito sono due, una delle quali munita di peso per mantenere la pellicola in tensione. Esistono di plastica (economiche) e in acciaio. L'alternativa "povera" consiste in volgarissime pinze da bucato.
  • Arresto: si usa tra sviluppo e fissaggio per arrestare la reazione di sviluppo e per non contaminare il successivo bagno di fissaggio (essendo riutilizzabile). C'è chi lo sostituisce con un risciacquo in semplice acqua di rubinetto, con il vantaggio di non dover avere a che fare con un prodotto chimico in più.

SVILUPPIAMO IL NEGATIVO

 

PREPARAZIONE DEI BAGNI

Per prima cosa, prepariamo i bagni. Utilizzando i misurini, prepariamo sia lo sviluppo che il fissaggio alla diluizione prevista sulle rispettive istruzioni accluse. Di solito i rivelatori in polvere vanno preparati ottenendo un litro di soluzione, mentre i liquidi concentrati possono essere preparati nella quantità che ci serve. Una volta preparati, bisogna portarli alla temperatura di lavoro, solitamente di 20 °C (e qui ci serve il termometro che abbiamo comprato). Se sono più freddi, riscaldiamoli mettendoli in un recipiente con acqua calda; se più caldi, mettiamoli per qualche minuto in frigo o in surgelatore. È importante che almeno lo sviluppo sia a 20 °C, e il fissaggio non sia troppo lontano dai 20 °C.

CARICAMENTO

Preparati i bagni nella quantità che ci serve e messi ciascuno nella sua bottiglia (una bella etichetta è raccomandabile), ci si prepara a caricare la pellicola sulla spirale.: 

  • l'operazione va compiuta nell'oscurità totale. Per assicurarci che la stanza che abbiamo scelto sia a completa prova di luce, chiudiamo porte, finestre, tapparelle e tende e restiamo al buio per una decina di minuti, in modo che i nostri occhi si abituino. Se riusciamo a vedere qualche infiltrazione, fermiamo tutto e cerchiamo di tappare tutte le "falle", perché la pellicola è tremendamente sensibile ad ogni più piccola infiltrazione. Per sicurezza possiamo sempre decidere di sviluppare di notte.
  • per allenarci a caricare la pellicola sulla spirale, è bene fare delle prove (dapprima alla luce, poi al buio) utilizzando una pellicola da "sacrificare" allo scopo .
  • bisogna disporre i vari pezzi della tank nell'ordine prestabilito e in posizione tale da essere trovati facilmente al buio. Idem per tutti gli attrezzi che ci servono: eventuale apri-caricatore e forbici.

Tagliamo la coda della pellicola e arrotondiamone i bordi affinché non si inceppi nella spirale, facciamo 100% buio e carichiamo la pellicola sulla spirale. Tagliamo via il caricatore, mettiamo la spirale nella tank, chiudiamo ben bene con il coperchio. A questo punto possiamo accendere la luce, dato che la tank è a tenuta di luce anche aprendo il tappo che serve per caricare i liquidi.

SVILUPPO

A questo punto immettiamo il rivelatore, chiudiamo tutto, sbattiamo con decisione un paio di volte la tank sul tavolo (operazione detta "dislodging" che serve per eliminare eventuali bolle d'aria rimaste attaccate alla pellicola), e facciamo partire il cronometro.

La prima volta ci atterremo al tempo di sviluppo e alla modalità di agitazione riportate sulla confezione di pellicola. Agitiamo quindi, rovesciando la tank, all'inizio (di solito per 30 secondi), e poi secondo le modalità previste (di solito 10 secondi ogni minuto, o 5 secondi ogni 30 secondi): non importa come (almeno all'inizio), ma ciò che importa è abituarsi ad usare lo stesso tipo di agitazione per tutta la durata dello sviluppo.

ARRESTO

Una quindicina di secondi prima dello scadere del tempo di sviluppo, svuotiamo la tank. Quindi immettiamo la stessa quantità d'acqua (o di arresto), agitiamo per una ventina di secondi e svuotiamo di nuovo.

 

FISSAGGIO

Immettiamo il fissaggio e agitiamo come fatto per lo sviluppo. Per il fissaggio il controllo dell'agitazione non è strettamente necessario, ma abituarsi a standardizzare la procedura è forse la prima regola da seguire nel trattamento del B/N. Fissiamo per il tempo consigliato sulla confezione della pellicola o del fissaggio stesso. È sempre meglio "abbondare" nella durata del fissaggio, piuttosto che "scarseggiare". Il fissaggio scioglie via la parte di emulsione non sviluppata e rende "trasparente" la pellicola: un cattivo fissaggio causa un deterioramento molto precoce dell'immagine nel tempo.

LAVAGGIO

Serve per eliminare ogni traccia di fissaggio dalla pellicola. Infatti anche il fissaggio, se resta a contatto con l'emulsione, provoca un deterioramento dell'immagine con formazione di macchie indelebili. Quindi va effettuato lasciando la tank aperta sotto l'acqua corrente per un congruo tempo. Esiste una procedura indicata negli opuscoli delle pellicole ILFORD, garantita per una conservazione "da archivio", che consente un gran risparmio di acqua e di tempo. La riassumo:

  • riempire d'acqua la tank, agitare per 5 volte, quindi svuotare;
  • riempire d'acqua la tank, agitare per 10 volte, quindi svuotare;
  • riempire d'acqua la tank, agitare per 20 volte, quindi svuotare.

ASCIUGATURA

Terminata la fase di lavaggio, se si lasciasse asciugare il negativo così ottenuto si formerebbero macchie di calcare lasciate dalle gocce d'acqua che evaporano. Per evitare questo esistono molte e controverse tecniche. L'ortodossia del B/N consiglia di operare un ultimo bagno in acqua addizionata da un apposito prodotto chiamato "imbibente" (le maggiori marche di prodotti per il B/N ce l'hanno in listino), che non è altro che un tensioattivo; si può quindi sostituire con una goccia di sapone neutro o di shampoo. Altri usano una miscela di acqua + alcool (che tra l'altro rende più veloce l'asciugatura).

Fatto questo, nel modo che preferite (per cominciare in economia si può usare il sapone neutro o lo shampoo), si può aprire la spirale per liberare la pellicola prendendola per i bordi o per la coda iniziale; questa va posta ad asciugare in una zona il più possibile priva di polvere, in quanto ogni granellino che si attaccherà all'emulsione resterà attaccato a perenne memoria, producendo sulle stampe dei puntini bianchi. Il luogo ideale è il bagno, dove si può adattare un appendi-panni in modo da poterci appendere la pinza. Se non si mette un peso (l'apposita pinza piombata o un paio di pinze da bucato o qualunque cosa pesante vi viene in mente) dall'altra parte, asciugandosi la pellicola tenderà ad arrotolarsi, facendovi poi disperare ogni volta che la maneggerete.

Quando la pellicola è completamente e perfettamente asciutta (non prima, dato che l'emulsione bagnata è delicatissima), si può tagliare con le forbici in spezzoni da 6 fotogrammi per essere riposta negli appositi raccoglitori. Esistono i "classici" fogli di pergamino, molto economici e adatti alla conservazione ma scomodi per la visione dei fotogrammi data la loro imperfetta trasparenza, e i "moderni" fogli di materiale plastico (attenzione, evitare il PVC, dannoso per la conservazione), perfettamente trasparenti ma un po' più costosi.

Terminato lo sviluppo (facile, no?), non ci resta che ammirare in trasparenza il risultato dei nostri sforzi in attesa di fare...I PROVINI A CONTATTO.

 

 

 

 

 

Accoppiata Pellicola-Rivelatore

Qui di seguito trovate delle combinazioni relative alle pellicole ed agli sviluppi più frequentemente usati.Il consiglio è quello di utilizzare ,con l’esperienza, quella che soddisfa maggiormente e di utilizzare sempre la stessa procedura.I dati qui riportati, rappresentano esperienze già effettuate ,che hanno dato ottimi risultati,in ogni caso è sempre consigliabile guardare le combinazioni che si trovano in allegato ai singoli rivelatori.

pellicola

@

sviluppo

temperatura

diluizione

tempo

[Agfa APX 100]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

8'

[Agfa APX 100]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

13'

[Agfa APX 100]

100 ISO

[Hutching PMK Pyro]

21 °C

1+2+100

13'30''

[Agfa APX 100]

100 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

stock (1+0)

9'

[Agfa APX 100]

100 ISO

[Ilford Ilfosol]

22 °C

1+9

6'

[Agfa APX 100]

100 ISO

[Kodak D-23]

20 °C

1+1

13'30''

[Agfa APX 100]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

32 °C

1+100

15'

[Agfa APX 400]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

7'

[Agfa APX 400]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

11'

[Agfa APX 400]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+100

32'

[Agfa APX 400]

400 ISO

[Agfa Rodinal Special]

20 °C

1+15

4'45''

[Agfa APX 400]

800 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

10'30''

[Efke KB-25 / R-25]

10 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

9'

[Efke 100]

40 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

9'

[Forte Fortepan 100]

100 ISO

[Kodak HC-110]

20 °C

dil. B (1+31)

5'

[Forte Fortepan 100]

100 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+1

9'30''

[Forte Fortepan 100]

200 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

13'30''

[Forte Fortepan 200]

125 ISO

[Ecco Ecco 96]

20 °C

1+1

12'

[Forte Fortepan 200]

125 ISO

[Kodak HC-110]

20 °C

B

6'30''

[Forte Fortepan 400]

800 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

10'

[Fuji Neopan 100 ACROS]

80 ISO

[Kodak HC-110]

20 °C

1+47

6'30''

[Fuji Neopan 100 ACROS]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

8'30''

[Fuji Neopan 100 ACROS]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

11'

[Fuji Neopan 100 ACROS]

100 ISO

[Ilford Microphen]

20 °C

1+1

12'

[Fuji Neopan 100 SS]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

7'

[Fuji Neopan 100 SS]

100 ISO

[Kodak D76]

20 °C

1+1

10'

[Fuji Neopan 100 SS]

100 ISO

[Ornano Gradual ST 20]

20 °C

1+9

9'

[Fuji Neopan 100 SS]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

10'

[Fuji Neopan 400]

320 ISO

[Agfa Refinal]

20 °C

stock (1+0)

3'30''

[Fuji Neopan 400]

320 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

11'

[Fuji Neopan 400]

400 ISO

[Agfa Rodinal Special]

29 °C

1+31

7'15''

[Fuji Neopan 400]

400 ISO

[Ilford Microphen]

22 °C

1+1

9'

[Fuji Neopan 400]

400 ISO

[Kodak D76]

20 °C

1+1

10'30''

[Fuji Neopan 400]

400 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+1

9'45''

[Fuji Neopan 400]

400 ISO

[Ornano Fino ST33]

23 °C

1+1

5'

[Fuji Neopan 400]

400 ISO

[Ornano Fino ST33]

23 °C

1+1

5'

[Fuji Neopan 400]

640 ISO

[Ilford Microphen]

20 °C

stock (1+0)

7'

[Fuji Neopan 400]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

20 °C

stock (1+0)

9'

[Fuji Neopan 1600]

800 ISO

[Agfa Rodinal Special]

18 °C

1+15

4'

[Fuji Neopan 1600]

1000 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

5'

[Fuji Neopan 1600]

1600 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

5'

[Fuji Neopan 1600]

1600 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

9'

[Fuji Neopan 1600]

1600 ISO

[Agfa Rodinal Special]

20 °C

1+15

4'

[Fuji Neopan 1600]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

22 °C

stock (1+0)

3'30''

[Fuji Neopan 1600]

1600 ISO

[Kodak T-Max]

20 °C

1+4

5'

[Fuji Neopan 1600]

1600 ISO

[Tetenal Ultrafin]

23 °C

1+10

5'

[Fuji Neopan 1600]

3200 ISO

[Ilford Microphen]

20 °C

stock (1+0)

6'30''

[Ilford Polypan-F]

32 ISO

[SPUR HRX]

20 °C

1+19

5'

[Ilford Delta 100 Pro]

50 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

1+1

10'

[Ilford Delta 100 Pro]

50 ISO

[Kodak HC-110]

22 °C

Dil. B

5'

[Ilford Delta 100 Pro]

100 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

1+1

10'30''

[Ilford Delta 100 Pro]

100 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

1+3

20'

[Ilford Delta 100 Pro]

100 ISO

[Ornano Bromor st50]

19 °C

1+4

2'

[Ilford FP4+]

50 ISO

[Ilford ID-11]

22 °C

1+1

6'30''

[Ilford FP4+]

64 ISO

[Kodak HC-110]

20 °C

B

6'

[Ilford FP4+]

100 ISO

[Ornano Fino ST33]

23 °C

1+1

3'

[Ilford FP4+]

120 ISO

[Hutching PMK Pyro]

20 °C

1+2+100

10'

[Ilford FP4+]

125 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

15'

[Ilford FP4+]

125 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

stock (1+0)

7'30''

[Ilford FP4+]

125 ISO

[Ilford Ilfosol S]

20 °C

1+14

9'30''

[Ilford FP4+]

125 ISO

[Ilford Ilfosol S]

24 °C

1+9

5'

[Ilford FP4+]

125 ISO

[Kodak D-23]

21 °C

1+3

13'

[Ilford Delta 400 Pro]

200 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

1+1

10'

[Ilford Delta 400 Pro]

250 ISO

[Formula Originale D76]

20 °C

1+1

9'30''

[Ilford HP5+]

200 ISO

[Ilford Ilfosol S]

20 °C

1+9

6'

[Ilford HP5+]

400 ISO

[Beutler 105]

20 °C

1+1+8

11'

[Ilford HP5+]

400 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

stock (1+0)

7'30''

[Ilford HP5+]

400 ISO

[Ilford Ilfosol]

20 °C

1+9

7'

[Ilford HP5+]

800 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

8'30''

[Ilford Delta 3200 Pro]

3200 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+10

10'

[Ilford Delta 3200 Pro]

3200 ISO

[Kodak Xtol]

24 °C

stock (1+0)

9'

[Kodak Technical Pan]

25 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+300

30'

[Kodak Technical Pan]

40 ISO

[Kodak technidol]

21 °C

1/2 flacone per 300 ml di sol.

10'

[Kodak TMX]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+75

17'30''

[Kodak TMX]

100 ISO

[Ilford Microphen]

28 °C

1+3

10'

[Kodak TMX]

100 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+1

9'

[Kodak TMX]

125 ISO

[Kodak D76]

20 °C

1+1

10'

[Kodak TMX New]

80 ISO

[Hutching PMK Pyro]

23 °C

6+12+600

11'

[Kodak TMX New]

100 ISO

[(Crowley) FX-37]

21 °C

1+5

24'

[Kodak TMX New]

100 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

5'30''

[Kodak TMX New]

100 ISO

[Ilford Ilfosol S]

18 °C

1+14

20'

[Kodak TMX New]

100 ISO

[Kodak T-Max]

24 °C

1+4

7'

[Kodak Plus X]

125 ISO

[Barry Thornton's DiXactol]

24 °C

 

10'

[Kodak TMY]

200 ISO

[Ilford Microphen]

28 °C

1+3

8'

[Kodak TMY]

400 ISO

[Agfa Refinal]

24 °C

1+3

12'

[Kodak TMY]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

5'

[Kodak TMY]

400 ISO

[Ilford Microphen]

28 °C

1+3

9'

[Kodak TMY]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

23.5 °C

1+3

17'30''

[Kodak TMY New]

400 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+1

9'30''

[Kodak TMY New]

800 ISO

[Ilford Microphen]

20 °C

1+1

10'

[Kodak TMY New]

800 ISO

[Kodak T-Max]

20 °C

1+4

7'

[Kodak TMY New]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

24 °C

1+3

19'

[Kodak Tri-X]

100 ISO

[Kodak D76]

20 °C

1+1

7'30''

[Kodak Tri-X]

200 ISO

[Kodak HC-110]

20 °C

B

5'30''

[Kodak Tri-X]

200 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+2

8'45''

[Kodak Tri-X]

320 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+1

8'

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

7'

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Agfa Rodinal]

21 °C

1+25

6'15''

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Ilford ID-11]

24 °C

1+1

7'30''

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Kodak D-23]

20 °C

1+1

10'30''

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Kodak D76]

20 °C

1+1

10'

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Kodak T-Max]

20 °C

1+4

6'

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+2

10'

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Kodak Xtol]

20 °C

1+2

12'30''

[Kodak Tri-X]

400 ISO

[Ornano Fino ST33]

20 °C

1+1

6'

[Kodak Tri-X]

640 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+50

15'30''

[Kodak Tri-X]

800 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

1+1

14'30''

[Kodak Tri-X]

1600 ISO

[Kodak T-Max]

21 °C

1+4

10'30''

[Kodak Tri-X]

1600 ISO

[Ornano Fino ST33]

20 °C

1+1

10'

[Kodak Tri-X New]

250 ISO

[Ilford ID-11]

20 °C

1+1

8'15''

[Kodak Tri-X New]

320 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+24

6'

[Kodak Tri-X New]

320 ISO

[Hutching PMK Pyro]

21 °C

12+20+1000

14'

[Kodak Tri-X New]

400 ISO

[Kodak D76]

20 °C

1+1

7'

[Kodak Tri-X New]

400 ISO

[Kodak HC-110]

20 °C

1+31

3'45''

[Kodak Tri-X New]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

20 °C

1+1

16'

[Kodak TMZ]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

22 °C

1+1

6'

[Kodak TMZ]

1600 ISO

[Ilford Microphen]

22 °C

1+1

6'30''

[Kodak TMZ]

3200 ISO

[Agfa Rodinal]

20 °C

1+25

8'

 

 

 

 

 

 

 

I PROVINI A CONTATTO

 

Cosa sono? Sono la stampa a grandezza naturale (24x36mm nel caso del piccolo formato) degli spezzoni di negativo su un unico foglio di carta. Sono molto utili per avere un'idea del risultato finale di una eventuale stampa, molto difficile da valutare direttamente sul negativo.

Si ottengono disponendo le strisce di pellicola su un foglio di carta B/N (a stretto contatto emulsione contro emulsione) ed esponendo il tutto alla luce per un certo tempo. A rigore, quindi, l'ingranditore non serve, ma supporremo di averlo per usarlo come fonte di luce.

COSA SERVE

  • Una lastra di vetro spesso, di dimensioni non inferiori a 24x30 cm;
  • Un pacco di carta B/N 24x30 cm: se abbiamo già un ingranditore e possiamo usarlo per stampare con carte a contrasto variabile, prendiamo carta Multigrade (e relativi filtri). Se non abbiamo l'ingranditore (per i provini non è necessario), prendiamo carta a gradazione fissa di contrasto 2 oppure 1. Il provino deve restituire il maggior numero possibile di dettagli, cosa più facile, di solito, con carta di gradazione morbida.
  • Una confezione di rivelatore per carta: valgono le stesse considerazioni fatte per il rivelatore per pellicole (in linea di principio, la carta da stampa non si comporta in maniera differente dalla pellicola, per cui il processo di sviluppo è abbastanza simile: sviluppo, arresto, fissaggio, lavaggio): per iniziare va bene uno qualunque.
  • Una confezione di fissaggio: di solito è lo stesso della pellicola, ma a diluizioni maggiori.
  • Bottiglie: servono per la conservazione dei bagni, come spiegato all'inizio.
  • 3 bacinelle per uso fotografico di formato adatto per la carta 24x30: è bene che siano facilmente distinguibili fra loro (esistono set di bacinelle rossa, bianca, verde), in modo da usare sempre la stessa bacinella per ogni passaggio.
  • 2 o 3 pinze per carta: sebbene si raccomanda spesso di usarne una per ogni bacinella, personalmente ne uso 2 sole, una per lo sviluppo (che non deve essere contaminato), l'altra per l'arresto e il fissaggio.
  • una lampada di sicurezza (detta anche "inattinica"): mentre la pellicola deve essere trattata al buio completo, la carta da stampa B/N non è sensibile a tutte le lunghezze d'onda (= a tutti i colori), per cui puo' essere trattata usando una apposita luce colorata che non impressiona la carta (a meno di non tenerla troppo vicina o di esporre la carta per tempi lunghi), risultando, per l'appunto, "inattinica". Si trova nei negozi di fotografia, in diversi colori: quella rossa va bene sempre e per tutte le carte, mentre quella giallo-verde pare che non vada bene con le carte a contrasto variabile. Le più economiche sono quelle a lampadina che si avvitano ai normali portalampada. È bene attrezzarla con un interruttore (magari montandola su una lampada da tavolo) in modo che possa essere accesa e spenta indipendentemente dalla normale illuminazione della stanza.
  • un cartoncino nero: sarà il nostro "otturatore" (come vedremo in seguito). Se grande circa 13x18 cm, ci sarà utile spesso in fase di stampa.

PREPARAZIONE DEI BAGNI

Si preparano esattamente come quelli per il trattamento della pellicola, alle diluizioni previste sulle rispettive confezioni.
A rigore la temperatura ottimale dei bagni sarebbe di 20 °C, ma per lo sviluppo della carta non è necessaria una grossa precisione. Diciamo che uno scostamento di 3-4 °C non influisce sui risultati in maniera apprezzabile.
Poniamo il rivelatore in una bacinella (e sempre in quella) e il fissaggio in un'altra (e sempre in quella). Nel mezzo poniamo un'altra bacinella per il bagno d'arresto, acqua o arresto vero e proprio che sia.
È bene che la disposizione sia nell'ordine: rivelatore, arresto, fissaggio, in modo da non confonderci, dato che alla luce di sicurezza la visibilità non è ottimale (ad esempio, alla luce rossa la bacinella bianca e quella rossa sono praticamente indistinguibili).

 

L'INGRANDITORE

In linea di principio è un oggetto abbastanza semplice: non è altro che una specie di proiettore che serve a proiettare il negativo sul piano di stampa; Una rapida occhiata ai pochi elementi che lo compongono ci permetteranno di familiarizzare con questo strumento ed eventualmente di essere in grado di scegliere quello che fa per noi.

 

 

LA TESTA

 

È la parte principale (e costruttivamente più complessa) dell'ingranditore. Nella testa si trovano la lampada e i vari dispositivi che permettono di creare un fascio luminoso il più possibile uniforme. A seconda del tipo di illuminazione usata, esistono ingranditori a "luce diffusa" (la luce che investe il negativo passa prima attraverso un vetro diffusore che la rende morbida e uniforme) e a "luce condensata" (la luce che investe il negativo passa prima attraverso un gruppo ottico che la rende fortemente direzionale e a raggi paralleli). la luce diffusa è morbida, riduce il contrasto e minimizza i difetti del negativo (= eventuali graffi, polvere e pelucchi, ma anche la grana); la luce condensata è dura, esalta i contrasti e la nitidezza ed evidenzia la grana (ma anche i graffi!).

Per chi inizia non credo che la differenza sia importante: ci basti per ora sapere che ci sono due modi diversi di illuminare il negativo da stampare, ed entrambi forniscono buoni risultati.

Solitamente la testa è provvista di un cassettino che può ospitare appositi filtri atti a modificare il colore della luce dell'ingranditore. Storicamente nasce per consentire la stampa a colori e/o delle diapositive, ma è tornato di grande utilità per la stampa con carte a contrasto variabile: infatti il contrasto può essere variato attraverso l'uso di appositi filtri (si trovano in commercio di diverse marche) da porre nel cassettino. Altre teste hanno invece la possibilità di modificare il colore agendo su appositi filtri incorporati nel sistema di illuminazione stesso.

La testa ospita anche il porta-negativi (che alloggia il negativo da stampare, tenendolo piano e parallelo al piano di stampa), che può essere delle fogge più diverse, con o senza vetrini, esclusivamente per il formato 24x36mm o adattabile a diversi formati, ecc.
Sotto troviamo l'obiettivo, solitamente avvitato su una piastra intercambiabile fissata su un soffietto che serve per la messa a fuoco; infatti l'obiettivo non ha ghiera di messa a fuoco, ma solo quella dei diaframmi. Anche per gli obiettivi si può scegliere tra varie marche (l'attacco a vite 39x1 è uno standard quasi per tutti) e tra vari livelli di prezzo.

 

LA COLONNA

Dovendo sostenere la testa (spesso abbastanza pesante), è bene che la colonna sia sufficientemente robusta e rigida e di sezione sufficientemente grande. In alcuni modelli essa e dotata di cremagliera dentata su cui ingrana la testa per poter essere sollevata e abbassata facilmente agendo su una manovella; altre volte questo movimento è ottenuto con un meccanismo a frizione. Negli ingranditori usati questo movimento va sempre controllato attentamente, perché è forse l'elemento più soggetto ad usura.

A volte sulla colonna è presente una scala metrica che indica l'altezza della testa sul piano di stampa (in cm, in pollici e spesso anche in fattore di ingrandimento). Avremo modo di apprezzare in seguito l'utilità di questo riferimento.

 

IL PIANO DI STAMPA

Di solito in legno, sostiene l'insieme testa-colonna. Deve essere sufficientemente pesante (il peso favorisce la stabilità del tutto) e ampio. Qualora non lo fosse, si può sempre sovrapporre un piano aggiuntivo di legno laccato bianco, o al limite anche sostituirlo.

ACCESSORI

 

Come sempre, non sono indispensabili, ma aiutano e facilitano durante la fase di stampa.

 

  • Marginatore: dal nome sembrerebbe che serva soprattutto ad ottenere i bordi bianchi intorno alla stampa. Sebbene faccia anche questo (proiettando l'ombra delle sue "lame" tutt'intorno al foglio di carta), la sua funzione principale è quella di mantenere perfettamente piano il foglio di carta sotto l'ingranditore, consentendo di avere l'immagine proiettata perfettamente a fuoco, e di posizionarlo in modo da stampare la porzione voluta con precisione e "ripetibilità". Poiché le carte politenate sono sufficientemente piane, all'inizio si può tranquillamente farne a meno. Con le carte baritate, invece, che sono più spesse e tendono ad arricciare i bordi verso l'alto, esso si rivela molto più utile (direi anzi indispensabile).

 

  • Timer da stampa: serve ad impostare il tempo di posa, funzionando più o meno come la ghiera dei tempi della nostra reflex. Poiché di solito abbiamo a che fare con tempi di posa sufficientemente lunghi (decine di secondi), e poiché di solito non è un oggetto molto economico, si può stampare anche senza. Sulla scia dell'insegnamento di Ansel Adams (che di stampa B/N ne sapeva qualcosa), il quale usava contare i secondi mentalmente ascoltando il tic-tac di un metronomo (si vende a poche lire nei negozi di strumenti musicali) impostato su un "tic" ogni secondo.

 

 

  • Focometro: posto sul piano di stampa, permette di facilitare notevolmente la messa a fuoco ingrandendo notevolmente il negativo (in pratica si mette a fuoco la grana della pellicola). Esistono modelli anche abbastanza economici che lo rendono uno strumento "appetibile".

 

  • PRIMA STAMPA

Abbiamo tutto l'occorrente, ci siamo trovati un posticino tranquillo in casa (spesso è il bagno, a volte uno sgabuzzino o la cantina), dove è possibile avere il buio totale: possiamo iniziare!

Dato che abbiamo già stampato i provini a contatto, supponiamo di avere i bagni (sviluppo, eventuale arresto, fissaggio) già pronti nella quantità necessaria (1-2 litri a seconda della grandezza delle nostre bacinelle) e nella diluizione prescritta sulle relative etichette, posti nelle relative bacinelle nel solito ordine. Facciamo il buio, accendiamo la luce di sicurezza.

 

 

 

POSIZIONAMENTO DEL NEGATIVO

Poniamo il nostro primo fotogramma nel porta-negativi facendo in modo che l'uno e l'altro siano il più possibile privi di polvere e pelucchi. Come? L'ideale sarebbe avere l'apposito panno antistatico, in alternativa possiamo spolverare con un pennellino morbido (niente male quelli da trucco);

Accendiamo l'ingranditore, posizioniamo la testa in modo da avere l'ingrandimento desiderato, valutandolo sul marginatore o, in sua assenza, su un foglio di carta su cui possiamo disegnare rettangoli dei formati di carta che usiamo più spesso. Mettiamo a fuoco con l'obiettivo a tutta apertura (servendoci del focometro, se l'abbiamo). 1 mm).

 

TEMPO DI ESPOSIZIONE E CONTRASTO

 

La stampa è l'operazione con cui si "fotografa" il negativo su un altro negativo (la carta da stampa). Come ogni altra fotografia, dovremo quindi determinare (esattamente come per il provino a contatto) la corretta esposizione.

In più stavolta abbiamo anche l'onere di determinare la giusta gradazione di contrasto della carta. Infatti, mentre nella stampa dei provini ci "accontentiamo" di non avere neri e bianchi puri, a vantaggio della registrazione del maggior numero di dettagli possibile (e anche per riuscire a visionare anche fotogrammi eventualmente sovra-sottoesposti in maniera marcata), nella stampa finale si deve di solito avere tutta la scala tonale, dal massimo bianco al massimo nero.

Ci sono ovviamente le solite eccezioni, ma anche in questo caso confermano la regola.

Quindi, in linea generale, un negativo poco contrastato avrà una scala di toni molto "corta" (la differenza di densità fra la minima e la massima è poca), e quindi c'è bisogno di una carta a contrasto elevato, che "amplifichi" la scala tonale del negativo. Viceversa, un negativo molto contrastato avrà una scala di toni molto "estesa" (la differenza fra la minima e la massima densità è elevata), per cui c'è bisogno di una carta a basso contrasto, capace di "contenere" tutte le densità del negativo.
Sembrerebbe a prima vista impossibile determinare correttamente il giusto tempo di esposizione e il giusto grado di contrasto della carta: infatti ad una stessa esposizione corrispondono diversi toni di grigio al variare del contrasto e, parallelamente, per un dato grado di contrasto della carta l'annerimento varia col tempo di esposizione.
La tecnica qui esposta, messa a punto da A. Adams, consente di scindere i due problemi. Essa nasce da una constatazione: l'esposizione delle alte luci con dettaglio (zone più dense del negativo), non varia al variare della gradazione di contrasto. In soldoni, se per una data gradazione di carta (es. la 2) troviamo che le alte luci con dettaglio sono ben riprodotte con un'esposizione di 10 secondi, una carta di diversa gradazione (es. la 3, purché della stessa marca e tipo!) esposta per gli stessi 10 secondi fornirà alteluci con dettaglio analogamente ben riprodotte.

 

 

 

 

LA GIUSTA ESPOSIZIONE

Come prima cosa si determina quindi la corretta esposizione. In genere si opera "a priorità di diaframma": si chiude il diaframma di un paio di valori (diciamo attorno a f/8), in modo da operare alla miglior resa dell'obiettivo, e si deve quindi determinare il giusto tempo di esposizione.
 Dobbiamo fare un "provino scalare" e utilizzeremo inizialmente una striscia di carta di medio contrasto (es. la 2). Si sceglie una zona del fotogramma che contenga alte luci (e possibilmente anche ombre) con dettaglio; si pone il filtro rosso dell'ingranditore sotto l'obiettivo e si pone una striscia di carta di dimensioni opportune sul piano di stampa, in corrispondenza della zona scelta. Si spegne l'ingranditore, si toglie il filtro rosso, si copre la striscia di carta con il solito cartoncino nero, si avvia il nostro conta-secondi, si accende l'ingranditore e si scopre una porzione di striscia ogni "tot" secondi (esempio: 5-10-15-20-25-30 secondi). Quindi si sviluppa-arresta-fissa-lava come per i provini a contatto.

Osserviamo il provino: se siamo stati fortunati, ci sarà un settore che reputiamo correttamente esposto, vale a dire un settore dove troviamo alte luci bianche con dettagli appena percettibili. In caso contrario dovremo ripetere la procedura con tempi maggiori o minori nel modo che ormai sappiamo. Supponiamo che il settore "buono" sia quello con esposizione di 20 secondi. Considereremo questo come tempo base, ed esporremo un intero foglio di carta di quel contrasto con quel tempo di esposizione, e lo svilupperemo come al solito.

IL GIUSTO CONTRASTO

Osserviamo ora la stampa (detta anche "stampa di lavoro"). Possono aversi 3 casi: 

  • Le ombre con dettaglio presenti sul negativo sono anch'esse correttamente esposte. È un fatto abbastanza raro e "fortunoso": in questo caso, infatti, anche il grado di contrasto della carta è corretto, per cui la scala tonale del negativo è "entrata" tutta e bene nella scala tonale della carta. La nostra stampa è quindi corretta.
  • Le ombre con dettaglio non sono sufficientemente scure. In questo caso il contrasto della carta è insufficiente, per cui dobbiamo effettuare una nuova esposizione (per lo stesso tempo) aumentando il contrasto (es. usando il 3 invece del 2). Sviluppata la stampa, ripeteremo l'analisi sulle ombre.
  • Le ombre con dettaglio presenti sul negativo non presentano dettagli sulla stampa. Le ombre sono dei neri pieni ed indistinti, e quindi la carta scelta è troppo contrastata. Si deve quindi esporre un altro foglio di contrasto più basso (es. 1 invece del 2) e ripetere l'analisi su questa nuova stampa.

Naturalmente potremo anche risparmiare un po' di carta utilizzando come "stampa di lavoro" un mezzo foglio di carta che contenga comunque elementi significativi dell'immagine; stabiliti i giusti parametri, li useremo per ottenere la stampa "buona". Le prime volte, però, è forse il caso di "sprecare" un po' di carta in più per familiarizzare con il suo comportamento al variare del tempo di esposizione e del contrasto.
Con questa procedura dovremmo arrivare finalmente a determinare il giusto tempo di esposizione (è possibile che l'analisi del contrasto consigli dei piccoli ritocchi anche sul tempo di esposizione) e il giusto grado di contrasto, in modo da arrivare ad un risultato che il nostro occhio giudicherà soddisfacente. L'uso di carte a contrasto variabile consente un controllo molto fine sul contrasto sia con i filtri in gelatina (esistenti con passi di 1/2 grado da 00 a 5) sia soprattutto con le teste a colori, che consentono variazioni di contrasto anche minime agendo sui filtri incorporati.

Una volta ottenuta la stampa che ci piace, questa va ben fissata e lavata in acqua corrente per il tempo indicato nel foglietto accluso al pacco di carta e posta ad asciugare, come già detto per il provino a contatto.

 

 

 

 

Aggiungi Commento

Loading