UNA VALUTAZIONE DELLA KODAK T-MAX 100

02 luglio 2007  Pier-Luigi  Fotografia (0)
UNA VALUTAZIONE DELLA
KODAK T-MAX 100
Parlare di una pellicola che ha già conquistato la sua fetta di mercato può sembrare anacronistico, ma le generazioni dei fotografi si rinnovano, ed a qualcuno potrebbe interessare una conoscenza di base del prodotto come punto di partenza per esperimenti sistematici o come riferimento nella giungla delle soluzioni suggerite da amici più esperti. È in questo spirito che questa valutazione della T-MAX 100, scelta per motivi del tutto personali, va al di là di questo particolare materiale e costituisce un esempio di come chiunque, con un minimo sforzo, possa condurre le proprie valutazioni in maniera affidabile e riproducibile. Per questo, contando sulla pazienza dei lettori, prende le cose un po' alla larga rispetto a quello che vorrebbe l'economia dello spazio.

LE ISTRUZIONI PER L'USO
Per ragioni che non staremo qui a esaminare, le istruzioni allegate alle confezioni sono spesso note tra i fotografi come "i bugiardini", ma contengono una massa di informazioni che, a saper leggere tra le righe, possono far risparmiare lavoro inutile.

LA SENSIBILITÀ
La Kodak sostiene che, grazie alla sua estesa latitudine di posa, la T-MAX 100 possa essere esposta a 200 ISO senza aumentare il tempo di sviluppo. L'estesa latitudine di posa non si discute, la curva caratteristica lo dimostra, però in questo aspetto non è così diversa da tante altre pellicole, e se vogliamo capire la ragione di questo comportamento dobbiamo cercare altrove. Ricordiamo che la sensibilità di una pellicola è quella esposizione che, in combinazione con un ben preciso sviluppo, produce una densità di 0.1 al di sopra della densità del negativo non esposto, cioè della cosiddetta densità di base più velo (b+v).


Fig. 1


Nel linguaggio del sistema Zonale le densità di 0.1 sopra (b+v) corrisponde alla Zona I, simboleggiata dal punto A in Fig. 1. Se supponiamo che tale densità sia stata ottenuta esponendo a 100 ISO, esporre a 200 ISO con lo stesso sviluppo farebbe cadere la densità al livello del punto B, ben sotto la densità di Zona I, e le ombre sarebbero nettamente sottoesposte. Dobbiamo dedurne che la Kodak ci ha preso in giro? Certamente no, solo che, perseguendo un suo proposito a fin di bene, ci ha nascosto una parte della verità. In effetti la T-MAX 100 è una 200 ISO, e se la esponiamo come tale e la sviluppiamo come suggerito la Zona I cade esattamente nel punto A, mentre a 100 ISO sarà sovraesposta di uno stop (punto C) e tutta la scala dell'esposizione sarà spostata verso l'alto.

Le ragioni di questa scelta sono evidenti:

  • la maggior parte dei fotografi si affida a sistemi di esposizione automatici, che, per quanto sofisticati, possono lasciarsi ingannare da condizioni di luce particolarmente estreme;
  • anche in casi non così estremi, quando l'esposizione automatica sarebbe fondamentalmente corretta, è possibile che la scena includa piccole ombre che cadono al di sotto della soglia di sottoesposizione, mentre, se fossero correttamente esposte, aggiungerebbero dettagli e luminosità alla stampa.
Sovraesporre sistematicamente di uno stop significa mettersi praticamente al sicuro da possibili ed irreparabili sottoesposizioni, conservando al tempo stesso una riserva di sensibilità da utilizzare in caso di luce insufficiente. È come guidare su una strada di montagna, con una parete rocciosa da un lato ed il precipizio dall'altro: se è molto stretta non c'è alternativa a viaggiare con due ruote sul ciglio, ma se è larga perché non spostarsi verso il centro, salvo tornare sul ciglio quando si incrocia un TIR?

Ci si può chiedere perché la Kodak non abbia descritto la T-Max 100 in questi termini tecnicamente più corretti, e la risposta non lascia dubbi: una 100 ISO utilizzabile tranquillamente a 200 fa migliore impressione di una 200 che richiede la solita prudenza per evitare sottoesposizioni.

LO SVILUPPO
La Kodak dichiara testualmente che la T-MAX 100 reagisce rapidamente alle variazioni dei tempi di sviluppo, e che come conseguenza:
  • occorrono solo piccoli aggiustamenti dei tempi (e, aggiungiamo, piccole variazioni di temperatura) per modificare l'indice di contrasto;
  • si risparmia tempo quando si "tirano" le pellicole di uno o due stop.
A ognuno i suoi gusti e le sue esigenze, ma considerato il tempo che si dedica alla fotografia dalla ripresa alla stampa, qualche minuto in meno per lo sviluppo non è poi questo grande vantaggio se il prezzo da pagare è un maggiore controllo delle operazioni di riempimento e svuotamento della tank, ed una maggiore suscettibilità alle variazioni di temperatura di una CO non provvista di aria condizionata. Apprestandomi ad eseguire delle prove
con la T-MAX 100 ho scelto come rivelatore il D-76 a diluizione 1+1, perché insieme allo XTOL prevede un tempo di sviluppo di 9'30", il più lungo dopo il Microdol che però non rientra nella mia ristretta collezione di rivelatori. La Kodak non sconsiglia esplicitamente l'uso del D-76 a diluizione 1+3, ma non lo prevede neanche, ed a questo punto ho preferito attenermi ai dati ufficiali per non introdurre un'ulteriore variabile nella valutazione della pellicola.


Fig. 2

I PICCOLI ERRORI
Sostiene sempre la Kodak che i tempi di sviluppo suggeriti producono un negativo ideale per ingranditori a luce diffusa: perfetto, è proprio quello che mi serve, e giusto per assicurarmene do una guardatina alla curva caratteristica. La differenza di densità tra la Zona VIII e la Zona I è esattamente 1.2 - come preferiva Ansel Adams che se ne intendeva - solo che la didascalia della curva, qui omessa per semplicità, dice che con D-76 concentrato occorre sviluppare per 6', mentre altrove sono riportati 6'30".
Per una pellicola che dovrebbe reagire prontamente a piccole variazioni dei tempi di sviluppo 30" su 360 sono un'enormità: di quale dato fidarsi? E poi io non voglio sviluppare con il D-76 concentrato ma diluito ad 1+1, saranno giusti i 9'30"? Chi cerca trova:

  • la curva caratteristica che voglio riprodurre è in realtà una retta, la cui pendenza coincide con l'indice di contrasto, che è così uguale a 0.57;
  • la Fig. 2, qui limitata ai dati per il D-76 concentrato e diluito ad 1+1, è il diagramma dell'indice di contrasto in funzione del tempo di sviluppo;
  • ad un indice di contrasto uguale a 0.57 corrisponde un tempo esattamente uguale a 9'30" per la diluizione 1+1 ed un po' più breve di 6'30" per il D-76 concentrato.

Due fonti che si confermano a vicenda sono meglio di niente, ed anche se fidarsi ciecamente della maggioranza è stato spesso fonte di guai ci provo:
9'30" dicono e 9'30" saranno.

IL PROGRAMMA DI LAVORO
Gli obiettivi che mi sono proposto consistevano nel:
  • confermare una volta per tutte la questione della sensibilità;
  • formarmi un'idea del comportamento della pellicola in presenza di soggetti ad alto contrasto.
Il tutto usando una sola pellicola in formato 120 come da tabella in Fig. 3 dove lo sviluppo di 7'40" è l'80% dei 9'30" suggerito dalla Kodak per ridurre l'indice di contrasto del 20%, da 0.57 a 0.456 (per la precisione sarebbero 7'36", ma non vogliamo neanche esagerare). Sempre per la precisione l'indice di contrasto per uno sviluppo N-2, come indicato nella tabella, sarebbe uguale a 0.44 (Fig. 4), ma all'atto pratico la cosa non fa eccessiva differenza, ed ho preferito attenermi ai dati della Kodak piuttosto che affidarmi ad un'estrapolazione approssimata come in Fig. 2.

La pellicola esposta è stata distesa e fissata mediante nastro adesivo su un piano dove, sempre con nastro adesivo per poterli identificare al tatto, erano stati in precedenza marcati i punti in cui fissare la testa della pellicola ed eseguire i tagli, facendo bene attenzione a non confondere testa e coda per non tagliare nel punto sbagliato.

fotogramma

sensibilità

esposizione
ombra

sviluppo
1

100

Zona I

N (9'30")

2

± 140

Zona I

3

200

Zona I

4

100

Zona III

5

± 140

Zona III

6

200

Zona III

7

non esposti, per tagliare la pellicola e sviluppare le
due parti separatamente

8

9

10

100

Zona III

N-2 (7'40")

11

± 140

Zona III

12

200

Zona III

Fig. 3

L'esposizione è stata effettuata come segue:

  • Esposimetro tarato a 100 ISO.
  • Chiusura di 4, 4.5 e 5 stop per esporre rispettivamente a 100, 140 e 200 ISO in Zona I.
  • Chiusura di 2, 2.5 e 3 stop per esporre rispettivamente a 100, 140 e 200 ISO in Zona III.


Fig. 4

Per assicurare l'esattezza dei tempi di sviluppo ho abbreviato le fasi di riempimento e svuotamento della tank effettuandole completamente al buio e con tank aperta. L'agitazione è stata rigorosamente quella consigliata dalla Kodak. La temperatura della CO era stata portata e mantenuta a 20° mediante stufa elettrica a termostato.

IL SOGGETTO ED I RISULTATI
In Fig. 5 possiamo identificare gli estremi della scala tonale del soggetto: la sezione di tronco più in basso, non illuminata dal riflesso della neve, e la neve illuminata dal sole quasi in controluce. La differenza di luminosità tra questi due estremi era di 7 stop, di conseguenza esponendo il dettaglio scuro in Zona I, ciò chiudendo di quattro stop rispetto alla lettura dell'esposimetro, il dettaglio chiaro dovrebbe cadere in Zona VIII.


Fig. 5

A prima vista l'immagine non sembra confermare questa anticipazione, ma questo è semplicemente dovuto al fatto che non si tratta di scansioni da stampa ma di scansioni da negativo successivamente invertite, nelle quali si è voluto preservare la gamma di densità ed il contrasto del negativo stesso
operando sui parametri di scansione in modo che:

  • ad uguali intervalli di densità del negativo corrispondessero uguali intervalli di densità della scansione;
  • un'area non esposta della pellicola risultasse completamente nera nell'immagine invertita (luminosità 0 sullo schermo);
  • un'area schermata dalla cornicetta portanegativi risultasse bianca nella immagine invertita (luminosità 255 sullo schermo).
A parità di parametri di scansione il negativo più chiaro, quello esposto a 200 ISO, renderà un'immagine più scura, ma ciò che conta in questo confronto è che il dettaglio scuro in questo caso risponde con buona precisione alla definizione di zona I, con una densità giusto al limite del nero totale (luminosità intorno a 15 sullo schermo). Al contrario nella scansione del negativo esposto a 100 ISO si nota già un accenno di dettaglio e si cominciano ad intuire le spaccature nel legno (Zona II)

Non ci sono dubbi, la TMax-100 è una 200 ISO, ognuno la userà come vuole per andare sul sicuro o per sfruttarne al massimo la sensibilità, ma per quanto mi riguarda non occorre perdere altro tempo con le esposizioni a 100 e 140 ISO.

Esposta a 200 ISO in zona III la pellicola fa bella mostra di un ottimo dettaglio nelle aree scure. Anche la neve conserva perfettamente il suo dettaglio (Fig. 6) insieme ad una bella luminosità, il che va a tutto credito della estesa latitudine di posa della TMax-100, ma ricordiamo che questa immagine è stata prodotta con la stessa procedura della Fig. 1, cioè invertendo il negativo; stampando su carta di gradazione media bisognerebbe certamente sacrificare qualcosa nelle ombre o nelle luci, ed è per questo che ho sviluppato anche ad N-2, lasciando uguale tutto il resto. Il risultato è in Fig. 7, decisamente un po' morbido, ma sicuramente in grado
di dare una stampa brillante su carta 2 o 3.

CONCLUSIONE
Il discorso è stato lungo per non lasciare, spero, punti poco chiari o fonti di dubbio, ma in buona sostanza, con le istruzioni per l'uso, una pellicola, nove scatti, due sviluppi e quattro scansioni ho inquadrato un prodotto con il quale mi sentirei di uscire domani, sicuro di non trovarmi di fronte ad alcuna sorpresa. Un'eventuale scelta nei confronti delle pellicole che uso di solito richiederebbe una valutazione fianco a fianco basata su criteri estetici, ma dal punto di vista tecnico il lavoro è tutto qui. Ed è molto più efficace che porre agli amici l'ormai famosa domanda "Vorrei usare la pellicola tale con il rivelatore talaltro: che ne pensate?".

Romano Sansone © 05/2005


Fig. 6


Fig. 7

 

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